Handicap
La sessualità nella
persona portatrice di handicap
a cura di Claudio Manucci, Giuseppe Petrachi
"Era una rivelazione capitale, immensa,
per me la più umana di tutte! Esistevano quindi due
cose, altrettanto pure sia l'una che l'altra nella loro semplicità,
e che potevano non confondersi: il compimento di un gesto
altrettanto necessario del bere o del mangiare quando si ha
sete o fame, e l'altra, altrettanto indispensabile ma di una
essenza diversa, che non finisce con l'atto, con il soddisfacimento
di due corpi che si trovano e si accordano". Paul Vialar
E' molto difficile parlare di sessualità
nella persona portatrice di handicap. Infatti, nonostante
si sia parlato molto, in questi ultimi anni, sia di handicap,
inteso come "ostacolo", interno o esterno all'individuo,
che gli impedisce una totale manifestazione delle sue potenzialità,
che di sessualità, raramente i due termini sono stati
associati ad uno stesso individuo. Il portatore di handicap,
infatti, è tuttora identificato con il suo deficit,
negando così all'individuo la complessità dei
suoi sentimenti, della sua originalità, dei suoi bisogni.
Soprattutto i bisogni sessuali del portatore di handicap sono
semplicemente "dimenticati" dalle persone normodotate.
Queste ultime preferiscono ignorare che certe pulsioni e certi
bisogni emozionali esistano in loro e qualche volta preferiscono
reprimerli nel portatore di handicap, come repressione della
propria sessualità handicappata. La persona handicappata,
infatti, molto facilmente è oggetto delle proiezioni
e fantasie negative altrui. Il portatore di handicap dalla
nascita (sia che si tratti di handicap fisico che di handicap
psichico) ha subìto profonde ferite per quanto concerne
il suo Io e soprattutto il suo Sé. Molto probabilmente,
la madre del bambino con handicap avrà ricevuto una
profonda ferita narcisistica mettendo al mondo un bambino
"anormale", portandola ad una drastica riduzione,
se non addirittura ad una mancanza, di contatto corporeo con
il figlio (funzioni di pulizia sbrigative, pochi abbracci,
poche carezze, poco "contatto" in genere). Oppure
ad un iperinvestimento, trattando così il bambino come
un fantoccio atto a soddisfare i bisogni della madre anziché
i propri. Altra fonte di danneggiamento subìta dal
bambino portatore di handicap è la difficoltà,
spesso la impossibilità, di raggiungere quello stadio,
detto di individuazione, in cui si separa dalla madre per
esplorare l'ambiente, promuovendo così la sua autonomizzazione
e il suo sviluppo. Il bambino, dunque, per la sua stessa natura,
non consente quella corrente "sensuale" tra se stesso
e la madre, momento cardine nell'autopercezione di sé
come soggetto che desidera e come oggetto di desiderio. La
profonda ferita narcisistica della madre, che sente di essere
stata una madre inadeguata partorendo un figlio "anormale",
la legherà probabilmente per tutta la vita al figlio:
questa donna spesso non riesce più a concepirsi senza
l'handicap del bambino handicappato. Inoltre ha proprio la
sensazione che solo lei potrà effettivamente seguirlo
ed amarlo, sentendosi in colpa per non essere stata perfetta.
Questo bagaglio esperienziale porta la persona handicappata
a porre egli stesso, per primo, un muro nei confronti dell'Altro.
Secondariamente, dobbiamo considerare anche taluni aspetti
più squisitamente sociali (legati all'immagine della
"sanità" come prestanza, forza, seduzione,
fisicità, bellezza esteriore) che creano barriere talvolta
invalicabili. Pressoché tutti i portatori di handicap,
sia psichici che fisici, hanno una qualche forma di sessualità.
Qualche volta questa è più evidente, qualche
volta è meno esteriorizzata, ma è sempre presente,
pur con le differenze legate all'età, al tipo di deficit,
alle peculiarità dell'individuo. Negli ambienti in
cui la sessualità è completamente negata, a
tal punto da non poter lasciare elaborare una seppur minima
ideazione di cosa significhi "rapporto sessuale",
lì è probabile che la persona handicappata non
possa figurarsi uno stimolo sessuale eteroindotto, e probabilmente
ogni forma di sessualità è convogliata nella
sublimazione. In genere, coloro che assistono o comunque sono
vicini al portatore di handicap, ricorrono a diversi espedienti
per "controllare" la sua sessualità. Taluni
hanno evirato il proprio congiunto pur di non trovarsi nell'imbarazzo
di gestire una problematica certamente difficile. E' all'ordine
del giorno l'uso di sedativi del sistema nervoso e anche di
bromuro. Molte persone handicappate hanno avuto la possibilità
di rivolgersi a prostitute, molti ancora sono stati soddisfatti
dalla propria madre, la quale disperata ha pensato di evitare
"giri tortuosi e umilianti" masturbando il proprio
figlio. Anche per questa problematica, importantissime sono
le influenze culturali: si è osservato che per le femmine
la possibilità di soddisfazione sessuale nei modi anzidetti
si è rivelata più difficile. Per costoro la
via della repressione è senz'altro più usuale,
spesso coinvolgendo i soggetti in attività compensatorie.
Sovente, però, sono gli stessi portatori di handicap
ad avere pregiudizi riguardo i loro "desideri",
proprio perché, non essendo in contatto con il proprio
Sé, hanno dovuto rimuovere il "desiderio"
dalla propria vita. Queste persone sono troppo spesso in uno
stato di dipendenza da diverse figure, sono in uno stato di
"bisogno", o meglio non si sono potuti evolvere
dallo stadio di "bisogno". Di fatto non possono
desiderare, e quindi scegliere. Provano verso se stessi ciò
che la propria madre, o altre figure vicine, provano nei loro
confronti. Non potendo percepirsi appieno, non possono distinguere
ciò che è bene per sé da ciò che
non è bene per sé. L'identità deriva
dall'immagine che ciascuno ha di sé. Quindi come ci
percepiamo ma anche come siamo percepiti dagli altri. Se questi
ultimi sono significativi per il soggetto, e percepiscono
il soggetto con distanza, con compassione, con repulsione,
il soggetto si identificherà con questa immagine che
gli viene rispecchiata, divenendo triste, emotivamente piatto,
senza autostima. In questi casi la persona handicappata "sente"
che non è investita in dimensioni affettive, erotiche,
di stima, di valorizzazione, e ne assume il ruolo. Altre volte,
invece, la famiglia è riuscita a rielaborare il lutto
di non aver avuto il figlio "normale" che avrebbe
desiderato, è riuscita a superare la caduta del proprio
ideale di non essere genitori perfetti, a fare spazio al diverso,
all'imperfetto, al deficitario. In questi casi si assiste
ad un buon inserimento del soggetto portatore di handicap,
con livelli di serenità nella famiglia molto soddisfacenti.
In genere questi sono i genitori che riescono anche a separarsi
dal figlio portatore di handicap, ed avere un propria vita
di coppia senza finalizzarsi totalmente al figlio. Ecco perché
è indispensabile per questi individui, che sono prima
di tutto esseri umani, promuovere l'informazione sessuale
(ovviamente in relazione alla loro capacità di comprendere),
soddisfare la curiosità, incentivare le relazioni (anche
sessuali): portare insomma la persona handicappata ad una
completa uguaglianza nell'espressione affettiva e sessuale.
Ogni persona handicappata avrà poi un suo modo originale
di tradurre a livello comportamentale ciò che ritiene
sia la sessualità, attingendo alla propria esperienza,
alla propria sensibilità, alla propria storia ed anche
al proprio handicap. Si vedrà sovente che, in effetti,
ciò che il soggetto ricerca non è tanto l'accoppiamento
sessuale, il rapporto completo, quanto la necessità
di soddisfare bisogni relazionali e affettivi, rimasti senza
risposta. Esplicare la sessualità equivale ad esplicare
l'umanità, in quanto la sessualità è
un modo di essere nel mondo, di donarsi e rapportarsi agli
altri. Infatti, questa forma di "relazione" inizia
fin dai primi momenti di vita ed accompagna l'individuo lungo
tutto il suo percorso esistenziale. In questa direzione, è
veramente importante non osservare la questione da un punto
di vista patologizzante, medico o, peggio, con un senso di
compatimento e tolleranza. Ciascuno di noi è deficitario
in qualche settore della propria vita, e risulta quindi auspicabile
sviluppare le potenzialità già esistenti. Purtroppo,
invece, molte madri ed anche diversi operatori fanno sentire
inadeguati o in colpa i portatori di handicap che non riescono
a far uscire dalla cronicità il proprio deficit. Risulta
altrettanto fondamentale considerare la persona handicappata
realmente inserita nella società. Quindi ogni vero
piano di riabilitazione dovrebbe includere la possibilità
di inserimento del soggetto nel tessuto sociale, a contatto
con le realtà del territorio, ricevendo dunque contatti
diversi ed esperienze "reali". Bisogna considerare
inoltre che, in una pianificazione di trattamento rivolto
al portatore di handicap, l'attenzione al corpo è fondamentale
non solo nel senso del ripristino della sua motricità
e funzionalità ma anche e soprattuto quale veicolo
di scambio emotivo e affettivo, attraverso la manipolazione,
la vicinanza "pelle a pelle", lo strofinìo,
sia da parte di operatori che di altre figure della sua rete
sociale. Queste pratiche sono altamente terapeutiche, soprattutto
aggiungono porzioni psicologiche atte alla crescita evolutiva.
Il portatore di handicap deve essere quindi aiutato e stimolato
nella conquista delle proprie potenzialità nel campo
affettivo, sessuale, interpersonale, sociale e creativo per
facilitare l'accettazione della propria diversità:
ciascuno deve lottare per farsi riconoscere nella propria
diversità e rinunciare al pensiero magico di poter
modificare ciò che modificabile non è, accettare
il proprio corpo con le sue limitazioni, con le sue incongruenze,
con le sue facili deperibilità, con la sua morte.
Tratto
da http://www.mclink.it/assoc/asdi/sessualita.html
Bibliografia
Baldaro Verde-Govigli-Valgimigli: "La
sessualità nell'handicappato" - Il Pensiero Scientifico.
Biondi L.: "Sesso e handicap" - da "Giornate
scientifiche internazionali di studio" Roma, 10/13 dicembre
1979 - ATTI. Guidi A.: "Sesso e handicaps" - da
"Giornate scientifiche internazionali di studio"
Roma, 10/13 dicembre 1979 - ATTI Tessari A.-Andreola E. (a
cura di): "Sessualità e handicappati" - Materiali
del Convegno svoltosi a Milano 8/9 ottobre 1977. Zwang G.
"La funzione erotica - le vie della piena realizzazione
sessuale" Astrolabio, Roma 1974.
Claudio Manucci Psicologo. Collabora con L'A.S.DI.
- Associazione Separati e Divorziati.
Giuseppe Petrachi Psicologo - Clinico - Psicoanalista.
E' responsabile dell'Area Psicologica dell'A.S.DI. Associazione
Separati e Divorziati. Svolge attività privata di psicoterapia
individuale e di gruppo. Docente della Scuola di Specializzazione
per Psicoterapeuti dell'A.S.P.I.C.